Un’altra edizione del Roadburn è finita: lasciare Tilburg dopo averne fatto la propria casa per cinque giorni è sempre una pugnalata al cuore, mitigata dall’unica certezza che l’anno successivo sarà possibile replicare ancora una volta l’esperienza.
Lasciamo perdere inutili discussioni su quanto i cartelloni di altri festival europei del "settore" fossero migliori quest’anno, l’esperienza unica del Roadburn non dipende solo da quello: l’aria che si respira alla manifestazione olandese non ha pari e ogni concerto visto rappresenta sempre un’eccellenza di qualità artistica e professionale, che si tratti del main stage come dei palchi più piccoli. Un festival che vede la presenza di artisti così diversi tra loro è senza alcun dubbio un tesoro da preservare e non c’è che da essere grati per l’enorme varietà di suoni che è possibile sperimentare. I migliori concerti del Roadburn poi sono sempre quelli inaspettati e che permettono di allargare i propri orizzonti musicali. Inutile dire poi che, visti gli oltri 100 eventi in programma, l’esperienza di ogni spettatore è assolutamente personale e unica, giusto per aggiungere un ulteriore utile tassello alla comprensione della grandezza di questo appuntamento.









