venerdì 18 luglio 2014

STONED FROM THE UNDERGROUND 2014: Live Report

Giunto ormai alla sua quattordicesima edizione (!) lo Stoned from the Underground è da tempo diventato uno degli annuali ritrovi estivi dedicati alle sonorità a noi tanto, una sorta di villaggio estivo che per tre giorni raduna tutti i fan europei di stoner/doom e affini nella splendida cornice dell'Alperstedter See. Quello che segue è il tentativo di dare una panoramica quanto più dettagliata possibile dell'edizione di quest'anno, senza tralasciare gli aspetti extra-festival necessari per una piena comprensione di questa esperienza.
LA LOCATION: lo SFTU si svolge praticamente a ridosso del suggestivo lago Alperstedter, che costituisce indubbiamente uno dei punti di forza di questo già di per sè suggestivo festival. A meno che non decidiate di muovervi con un vostro mezzo, il tragitto per chi decida di spostarsi in aeereo è lungo, ma non eccessivamente complicato (dall'aereoporto di Lipsia un paiod d'ore di treno vi condurranno agilmente a destinazione). Passare le mattine in attesa dell'inizo dei concerti sul lago (facendosi magari anche un bel bagno) è un'esperienza estremamente rilassante e piacevole e aiuta a godersi meglio la splendida atmosfera dell'evento.
IL CAMPING: come in ormai ogni festival open air che si rispetti, lo spettatore pagante ha la possibilità di alloggiare nel campeggio allestito per l'occasione, in cui odore di carne alla griglia e musica stoner a tutte le ore (notturne comprese) la fanno da padrone.
IL METEO: il cielo tedesco è infido e bastardo, nel giro di pochi minuti si è passati da una torrida calura estiva ad una scrosciante pioggia torrenziale che ha rapidamente trasformato tutta l'area in un pantano fangoso. Munirsi di calzature adatte alle diverse occasioni è decisamente raccomandato.
IL CIBO: ovviamente wurstel in quantità industriali, ma da segnalare anche la presenza di uno stand dedicato a vegetariani e vegani ed un baracchino posto appena fuori del campeggio in cui è possibile fare colazione appena alzati. Il tutto a prezzi neanche troppo esosi, considerando che si è abbastanza lontani da supermercati et similia.
LA LINE UP: quest'anno la qualità generale era lievemente al di sotto delle edizioni passate, ma non sono ovviamente mancati i concerti da orgasmo puro.
IL PRIMO GIORNO: dopo le penose Cheap Thrills (che mi auguro di non incrociare più in vita mia) e gli inglesi Gonga (stoner strumentale di buona fattura, ma un po' statico), sono i giovanissimi Vintage Caravan (freschi di un contratto con Nuclear Blast) la prima vera emozione del festival, pezzi trascinantissimi e una tenuta del palco da veri veterani, con corse e salti continui senza un attimo di tregua. I Valient Thorr non mi hanno mai esaltato ed i Pentagram, nonostante il ritrovato Victor Griffin, sono stati l'ennesimo esempio di band che farebbe decisamente meglio a lasciar spazio a giovani più meritevoli.
IL SECONDO GIORNO: anche in questo caso, dopo due band d'apertura decisamente poco convincenti (gli insipidi Slow Green Thing e i noiosissimi Treedeon), ci pensano i Cosmic Dead a farci tornare il buonumore con le loro lunghe cavalcate space rock, trasudanti psichedelia come se piovesse. Dopo la parentesi blueseggiante dei 2120's (carini, ma niente di che) tocca ai Belzebong spargere i semi del loro devastante doom strumentale e neanche un'improvvisa pioggia battente è sufficiente a far desistere gli astanti dal godersi le frequenze lisergiche dei quattro polacchi (a quando un nuovo LP?). Penalizzati da una prova non all'altezza del loro ultimo bellissimo disco i Mars Red Sky, mentre i Kylesa sono semplicemente una macchina da guerra: un'ora di set senza tregua, pescando senza remore dalla loro intera discografia, monumentali. I Colour Haze chiudono degnamente la giornata, una vera goduria poterli ascoltare comodamente seuduti sulla piccola collina dell'area festival proprio prima di tornare a riposarsi in tenda.
IL TERZO GIORNO: dopo il concerto a sorpresa del duo tedesco Blutige Knie sulla collina sovrastante l'area camping, la giornata ufficiale è aperta dal southern sludge da quattro soldi dei Black Mood e dai Grandfather, unica delle sei band del palco piccolo a proporre quantomeno un'idea musicale interessante. I Mandala ed i portoghesi Miss Lava sono le tipiche band stoner rock fotocopia di mille altre, all'insegna della banalità più assoluta. Cosa che del resto può essere detta anche dei pessimi Brave Black Sea, che aggiungono al tutto anche il dispiacere di vedere un musicista come Alfredo Hernandez unirsi al codazzo degli avvoltoi della scena di Palm Desert, con le conclusive cover di Unida e Slo Burn ad aumentare l'impressione che qui si tiri a campare di gloria riflessa, per il punto più triste ed imbarazzante dell'intero festival. Fortunatamente, proprio quando la speranza stava per cedere, i tedeschi Mother Engine si rivelano come la vera sorpresa del bill, un set esaltante, stoner rock strumentale ricco di azzeccatissimi cambi di tempo che mandano il pubblico in visibilio e che i ricordano perchè amiamo tanto queste sonorità.
Dopo una breve pausa durante il concerto dei beniamini di casa, i Dyse (che dal vivo hanno un tiro mostruoso, ma, oh, il cantato in tedesco proprio non lo digerisco), il momento del cambio palco è sfruttato per guadagnare le prime file per godersi appieno i NOSTRI beniamini, gli Ufomammut, una di quelle band capaci di renderti orgoglioso di essere italiano. Non deludono le aspettative con un'ora abbondante di violenza sonora a tutto volume, quando finiscono le orecchie fischiano, ma ti ritrovi con un sorriso ebete stampato in faccia. Ovviamente la prima fila astutamente conquistata non viene ceduta a discapito della cena, visto che tocca alla band più attesa di quest'anno, i Graveyard! Ain't fit to Live Here apre le danze di un set impeccabile, con tutto ciò che si potrebbe desiderare da un loro concerto (No Good Mr. Holden, Uncomfortably Numb, Slow Motion Countdown,. Hard Time Lovin', Hisingen Blues, The Siren...) con in più il bonus di un bis con due recuperi dal primo storico album (Satan's Finest e Evil Ways). Eccezionali, degli animali da palco capaci anche di commuovere (dalla gioia, chiaramente).

Passata la classica sindrome da reduce del festival (tristezza mista a soddisfazione mista ad attesa per la prossima occasione) non si piò che sentirsi pienamente ripagati per la stanchezza di questi intensi tre giorni. Grazie SFTU, ritorneremo!
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